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Qualche giorno fa, mi sono imbattuta in un brano di Seneca, nel quale egli affronta la questione "de brevitatae vitae", cioè riguardo la brevità della vita. Spesso infatti, anche noi ci immergiamo in tale interrogativo "Ci basta la vita che ci è stata donata?". Molti , forse risponderebbero negativamente, ma la questione non è rilevante per quanto riguarda il periodo effettivo della vita,quindi la quantità, ma più che altro ci si interroga sulla qualità di essa. Troppe volte infatti, noi uomini ci lasciamo condizionare dai fini che ci prefiggiamo, perdendo di vista ciò che veramente conta. Ci facciamo travolgere troppo dal mondo circostante: dalla carriera, dai soldi, ecc... tutto calato in una frenesia che ci fa davvero credere che il tempo che ci è stato concesso è troppo breve. Infatti, il problema non è il tempo, ma l'uso che se ne fa di esso, siamo noi che non sappiamo amministrarlo perdendo ciò che conta più di tutto: "noi stessi".
Mi piacerebbe scrivere qualche altra mia riflessione, ma vorrei sapere voi cosa ne pensate. Qui sotto ho riportato il brano...commentate mi raccomando e soprattutto riflettete!!!!!
La maggior parte dei mortali, Paolino, si lamenta dell’avarizia della natura, del fatto
che siamo generati a vivere per qualche istante, del fatto che, si dice, questi spazi del tempo
concessoci scorrono con velocità talmente violenta nel trascinarci via, che eccettuati
pochissimi, tutti gli altri sono lasciati in asso dalla vita proprio mentre si preparano a vivere.
E questo presunto male a tutti non ha strappato gemiti soltanto alla massa e al volgo stolto:
questo sentimento ha provocato le lagnanze anche di uomini illustri. Di qui proviene la
famosa esclamazione del più grande dei medici, che «la vita è breve, lunga l’arte»; di qui
la questione, per nulla degna di un sapiente, sollevata da Aristotele nel suo processo alla
natura: essa avrebbe «concesso agli animali di vivere tanto da trascorrere cinque o dieci
generazioni ciascuno, mentre per l’uomo, generato a compiere tante e tanto grandi cose, la
pietra di confine è infissa tanto più al di qua». Non è che abbiamo poco tempo: ne
abbiamo perso molto. La vita ci è stata data lunga a sufficienza, ed anzi in abbondanza per
la realizzazione delle cose più grandi, se fosse tutta investita bene, ma quando si disperde
nello spreco che se ne fa o nella noncuranza che se ne ha, quando non la si spende per
nessuna cosa buona, soltanto sotto la stretta della necessità finale ci accorgiamo che è
passata oltre, quella vita di cui non ci siamo resi conto che stava passando. Sì: non è
breve, la vita che riceviamo, ma breve l’abbiamo resa, e di essa non siamo poveri, ma
prodighi. Come ricchezze grandi e regali, giunte nelle mani di un cattivo padrone, in un
attimo vengono dilapidate, e invece ricchezze quanto si voglia modeste, se affidate a un
buon amministratore, crescono con l’impiego, così la durata della nostra vita per chi sa
programmarla bene ha una grande estensione.
Perché ci lamentiamo della natura? Essa si è comportata con generosità: la vita, se
solo tu sappia impiegarla, è lunga. Uno è dominato da un’avidità insaziabile, un altro da uno
zelo instancabile a faticare inutilmente, uno è fradicio di vino, un altro è paralizzato
dall’inerzia, uno, lo esaurisce un’ambizione che sempre dipende dai giudizi altrui, un altro,
una smania precipitosa di commerciare lo conduce, con la speranza del guadagno, per ogni
dove, terra o mare che sia; certuni sono torturati dalla voglia di far la guerra, e non c’è
istante in cui non siano o tesi ai pericoli altrui o angosciati per i propri; c’è chi si lascia
logorare in una volontaria schiavitù, da un ingrato ossequio tributato ai superiori; molti
sono tenuti occupati dal cercar di raggiungere la bellezza altrui o dall’aver cura della
propria; moltissimi, senza punti fermi da cui lasciarsi guidare, sono sballottati in mezzo a
(sempre) nuove decisioni da una volubilità ondeggiante e instabile e scontenta di sé; a
certuni non piace nulla a cui dirigere la rotta, ma la morte li sorprende a marcire tra uno
sbadiglio e l’altro, al punto che non ho dubbi sulla verità di ciò che è detto, in forma di
sentenza solenne nel (verso del) più grande dei poeti: «piccola è la parte della vita nella
quale viviamo». Effettivamente tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo. Non danno
tregua e incalzano da ogni parte, i vizi, e non permettono di rialzarsi né di levar su gli occhi
a veder chiaramente il vero, ma tengono schiacciati già e conficcati nella brama Non è
possibile mai, a quelle persone, ritornare a se stesse, se mai capita loro un momento, per
caso di pace, come in alto mare, dove c’è agitazione anche dopo il vento, ondeggiano e non
hanno mai stabile tregua dalle loro brame. Pensi che io parli di questi qui, i cui mali sono
indubitati? Guarda quegli altri, alla cui buona fortuna in massa si accorre: i loro beni li
soffocano. Per quanti la ricchezza è un peso! A quanti spreme sangue l’eloquenza e (il darsi
da fare) tutti giorni a mettere in mostra il (proprio) ingegno! Quanti sono smorti per i
continui piaceri! A quanti non lascia un istante di libertà la folla di clienti che si serra loro
addosso! Tutti costoro, insomma, passali in rassegna, dai più in basso ai più in alto: questo
chiede assistenza legale, quest’altro fornisce la sua, quello è imputato, quell’altro è
difensore, quell’altro ancora giudice, nessuno rivendica a sé il possesso di se stesso, ci si
spende l’uno per l’altro. Chiedi di costoro i cui nomi s’imparano a memoria, vedrai che i
loro segni di riconoscimento sono questi: il tale è al servizio del tal altro, questo di
quell’altro: nessuno appartiene a se stesso. È quindi quanto mai insensato lo sdegno di
certuni: si lagnano che i loro superiori facciano i difficili, che non abbiano avuto tempo per
loro quando volevano averne udienza! Ha il coraggio di lagnarsi dell’altrui alterigia, uno che
non ha mai tempo, lui, per se stesso? Per lo meno quello, con un’espressione d’arroganza sul
volto, è vero, ma s’è pur voltato una buona volta a guardare te, chiunque tu sia, quello ha
abbassato le sue orecchie alle tue parole, quello ti ha ammesso al suo fianco: tu non ti sei
mai degnato di guardar dentro te stesso, di ascoltare te stesso. Non c’è dunque motivo per
cui tu ti faccia merito presso alcuno di codesti servizi, dal momento che, appunto, mentre li
rendevi, non già volevi stare con un altro, bensì non potevi stare con te stesso.
***Seneca*** |